Quando scoppia una guerra, i notiziari si riempiono di numeri: morti, feriti, sfollati, edifici distrutti. Eppure c'è un bilancio che quasi nessuno conta — un costo che si paga in silenzio e che si estende ben oltre la fine dei combattimenti. È il costo che pagano gli animali, domestici e selvatici, e gli ecosistemi che li ospitano: habitat distrutti, specie in declino, cani e gatti abbandonati tra le macerie, rotte migratorie stravolte, terreni avvelenati per generazioni. Prima ancora di parlare di animali, è necessario capire la scala dello sconvolgimento ambientale che ogni conflitto porta con sé. Se le forze armate di tutti i Paesi del mondo fossero considerate una nazione, rappresenterebbero la quarta impronta di carbonio più alta al mondo, responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra e questo senza contare le operazioni di guerra attiva.
Il caso più documentato è quello dell'Ucraina. Secondo il Ministero dell'Ambiente ucraino (dati aggiornati a febbraio 2025), l'invasione russa ha generato 237 milioni di tonnellate di CO₂, tra operazioni belliche, incendi boschivi e stime per la ricostruzione di oltre 236.000 edifici civili distrutti. Su questa base il governo di Kiev ha presentato alla Russia una richiesta di risarcimento da 43 miliardi di dollari, calcolata applicando il Costo Sociale del Carbonio (185 dollari per tonnellata), indicatore sviluppato dal premio Nobel per l'economia William Nordhaus.
Questi numeri non sono astratti: sono la cornice dentro cui vivono e muoiono gli animali.
La fauna selvatica non assiste alla guerra: la subisce nel profondo. E lo fa in modi che la scienza sta solo ora cominciando a documentare con precisione.
L'aquila che fa il giro largo: il caso Ucraina
Il caso dell'Aquila anatraia maggiore (Clanga clanga) è diventato uno dei più citati nella letteratura scientifica sull'impatto dei conflitti armati sulla biodiversità. I ricercatori, attraverso il monitoraggio GPS di esemplari che transitano normalmente sull'Ucraina durante le migrazioni, hanno rilevato che questi rapaci compiono oggi deviazioni medie di 85 chilometri rispetto alle rotte tradizionali, per evitare aree di combattimento, artiglierie e traffico aereo militare.
Le conseguenze non sono solo geografiche, ma energetiche e riproduttive:l e femmine impiegano oggi in media 246 ore per completare la migrazione, contro le 193 del periodo pre-conflitto e i maschi passano da 125 a 181 ore di volo.
Volare più a lungo significa consumare più riserve energetiche, fare meno soste alimentari, arrivare tardi ai siti di nidificazione. E arrivare tardi, spesso, vuol dire non riuscire a riprodursi con successo.
Uno studio pubblicato su Nature da Daskin e Pringle ha analizzato decenni di dati su popolazioni di grandi mammiferi in 253 aree protette africane. La conclusione è sorprendente: non è l'intensità di un conflitto il miglior predittore del declino della fauna, bensì la sua frequenza. Anche scontri a bassa intensità, se ripetuti, erodono la capacità istituzionale di proteggere la biodiversità, favoriscono il bracconaggio come strategia di sopravvivenza e portano al crollo delle popolazioni di specie già fortemente minacciate come, ad esempio, elefanti, ippopotami, giraffe e rinoceronti.
Il Parco Nazionale di Gorongosa, in Mozambico, è l'esempio più emblematico: durante la guerra civile, la popolazione di elefanti si ridusse di oltre il 75%. Il meccanismo è tristemente noto: soldati che cacciano per sopravvivere, gruppi armati che finanziano le proprie operazioni con il commercio illegale di avorio e corna, guardaparco che fuggono o vengono uccisi.
C'è un caso che supera tutti per brutalità e scala: la distruzione delle paludi mesopotamiche in Iraq, tra il Tigri e l'Eufrate. Dopo la rivolta del 1991, il regime di Saddam Hussein drenò sistematicamente il 90% di quelle zone umide— circa 30.000 chilometri quadrati che rappresentavano il punto di sosta più importante per gli uccelli migratori tra l'Eurasia e l'Africa. Il risultato fu la scomparsa di specie uniche e la privazione di un habitat essenziale per milioni di uccelli ogni anno.
Non si trattò di un danno collaterale: fu una punizione deliberata rivolta al popolo dei Ma'dan, gli Arabi delle paludi, la cui identità culturale era inscindibile da quell'ecosistema. Distruggere la terra per distruggere un popolo: una forma di ecocidio che è anche genocidio culturale. Dopo la caduta di Saddam, i Ma'dan hanno avviato autonomamente il ripristino delle zone umide, recuperando circa il 50% delle aree allagate. Un esempio straordinario di resilienza ambientale dal basso.
Se la sorte degli animali selvatici è mediata dalla distanza dei dati scientifici, quella degli animali domestici in guerra parla un linguaggio immediatamente comprensibile a chiunque abbia un animale di casa.
Dall'alba del 24 febbraio 2022, le immagini della fuga dall'Ucraina hanno avuto un denominatore comune e toccante: le persone scappavano con i loro animali. Cani stretti in braccio nelle stazioni della metropolitana di Kiev trasformate in rifugi, gatti infilati sotto le giacce, trasportini agganciati agli zaini. In un video simbolo di quella fuga, un uomo scavalca un nastro di protezione con, in una mano un trasportino con un gatto e nell'altra una boccia con un pesce rosso. Quattordici milioni di ucraini hanno abbandonato le proprie abitazioni. Molti hanno portato con sé i propri animali. Ma molti altri non hanno potuto farlo.
Il risultato è stata un'ondata di animali abbandonati tra le macerie di città desertificate: Borodyanka, l'associazione ucraina UAnimals ha denunciato la morte di centinaia di animali rimasti in un rifugio senza cibo né acqua. A Gostomel, un missile ha colpito il rifugio Best Friend: metà dei recinti sono andati a fuoco. Il rifugio Sirius, il più grande d'Europa, è rimasto bloccato per settimane, irraggiungibile a causa dei combattimenti
Andrea Cisternino, fotografo italiano che vive a nord di Kiev e gestisce il Rifugio Kj2 con 400 animali tra cani, gatti, cavalli, mucche, pecore e oche, ha filmato in presa diretta l'arrivo degli elicotteri militari russi sopra la sua struttura. Per mesi ha continuato a restare, cercando di mantenere in vita quegli animali con scorte sempre più esigue.
La risposta delle associazioni italiane e internazionali è stata straordinaria: Save the Dogs and other Animals ha sviluppato un programma di supporto critico per oltre 9.000 animali, avviando anche campagne di sterilizzazione per contenere l'esplosione del randagismo. La LAV ha inviato la sua unità di emergenza, percorrendo 5.300 km in sette giorni per consegnare 1.400 kg di cibo per cani e 1.200 kg per gatti a sei rifugi in zona di guerra. OIPA ha distribuito tonnellate di cibo raggiungendo anche rifugi piccoli e remoti. ENPA, HSI Italia e decine di altre realtà hanno creato corridoi di soccorso ai confini con Romania, Polonia, Slovacchia e Ungheria. Al confine di Isaccea, tra Ucraina e Romania, i volontari di Save the Dogs hanno istituito un presidio fisso. Ogni giorno fino a 1.000 rifugiati varcavano quella frontiera portando in braccio i loro animali, spesso senza collare né documentazione. Un gruppo di rifugiati con 46 cani è rimasto bloccato alla frontiera con l'Ungheria per mancanza di documenti: solo in Slovacchia, dopo una settimana, hanno trovato una dogana disposta a lasciarli passare. L'Italia ha poi concesso una deroga temporanea per gli animali sprovvisti di passaporto europeo. A quasi tre anni dall'inizio del conflitto, il lavoro continua. I rifugi sono ancora pieni e i cani nati durante la guerra, da animali ex domestici non più in grado di sopravvivere autonomamente, si contano a centinaia di migliaia.
La situazione nella Striscia di Gaza è, se possibile, ancora più estrema. Qui non c'è stata una fuga organizzata: c'è stata una devastazione totale in un territorio densamente popolato e impossibile da lasciare.
Saeed El Arr gestisce il Sulala Animal Rescue, l'unico rifugio per animali randagi di Gaza. Prima del 7 ottobre 2023 ospitava circa 200 cani e decine di gatti. Quando i bombardamenti sono iniziati, le strade di Gaza, come ha raccontato lui stesso, si sono svuotate di persone ma si sono riempite di animali randagi: cani che non avevano un posto dove nascondersi, che si spaventavano a ogni esplosione.
Saeed non ha abbandonato il rifugio. Ha spostato 120 gatti in tre abitazioni diverse e ha messo al sicuro circa 50 cani, di cui 20 disabili. Ogni giorno, lui e i suoi figli escono a portare cibo ai randagi per le strade di Gaza.
Nei video condivisi online si vedono bambini che tengono in braccio gatti salvati dalle macerie. Una donna anziana che è tornata indietro sotto le bombe per recuperare i suoi uccellini: «Come proteggo la mia anima, proteggo anche loro». Il fotoreporter Montaser Al-Sawaf, nei giorni prima di essere ucciso in un attacco aereo, postava video di sé stesso che dava da mangiare ai gatti randagi tra le rovine.
Secondo i dati di LAV e OIPA, gli animali bisognosi di assistenza immediata nella zona erano almeno 500 tra cani e gatti solo nei primi mesi del conflitto, escludendo i randagi. La risposta internazionale è ostacolata dall'inaccessibilità del territorio: Animal Heroes ha affiancato Diana Babish e il suo rifugio di Betlemme, l'unica organizzazione animalista registrata in Cisgiordania.
Al di là delle storie individuali, la guerra lascia sui territori un'eredità tossica che si misura in decenni.
A Gaza, il 98,5% dei terreni coltivabili risulta danneggiato o inaccessibile (dati 2025): restano solo 232 ettari produttivi per due milioni di persone. Le 40 milioni di tonnellate di macerie contaminate da amianto e residui industriali soffocano un suolo già compromesso. L'acquifero costiero, unica fonte d'acqua dolce della Striscia, è avvelenato da metalli pesanti, sostanze chimiche e liquami non trattati per il collasso degli impianti di depurazione. La perdita di 2,29 milioni di alberi di ulivo (il 75% degli uliveti) non è solo un danno economico: è la distruzione di un legame millenario tra cultura, territorio e biodiversità.
In Ucraina, i bombardamenti hanno causato incendi boschivi e contaminazione diffusa da metalli pesanti e sostanze radioattive. A Gaza, le polveri tossiche trasportate dal Mediterraneo veicolano residui pericolosi nelle catene alimentari marine, con conseguenze che si estendono ben oltre i confini del conflitto.
Sono ferite che non si vedono nelle fotografie di guerra — ma che condizionano la vita degli animali e degli esseri umani per generazioni.
L'attuale quadro del diritto internazionale protegge l'ambiente in guerra in modo indiretto e insufficiente. Il Protocollo I aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra vieta attacchi che causino danni "diffusi, gravi e a lungo termine" all'ambiente, ma la soglia processuale per dimostrare tale condizione è praticamente irraggiungibile. Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale annovera tra i crimini di guerra i danni ambientali intenzionali su larga scala, ma non riconosce l'ecocidio come crimine autonomo. Un passo avanti è arrivato nel febbraio 2024, quando il Parlamento Europeo ha adottato una direttiva che criminalizza i danni ambientali su vasta scala, rendendoli "paragonabili all'ecocidio" e punibili con pene fino a 10 anni di reclusione. La proposta più ambiziosa, sostenuta da giuristi, ambientalisti e un numero crescente di governi, è inserire l'ecocidio nello Statuto di Roma come quinto crimine contro la pace, accanto a genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione. Significherebbe dotare la Corte Penale Internazionale degli strumenti per perseguire chi distrugge deliberatamente le basi biologiche della vita di un popolo animali inclusi. Non tutto è perduto. Gli animali e gli ecosistemi hanno una capacità di recupero sorprendente, quando si creano le condizioni necessarie alla rigenerazione.
Le paludi mesopotamiche sono state parzialmente ripristinate dai Ma'dan con pale e bulldozer dopo la caduta di Saddam: oggi circa il 50% delle aree umide è stato recuperato. Il Parco di Gorongosa in Mozambico ha visto tornare la fauna selvatica dopo anni di lavoro condotto insieme alle comunità locali. E ogni volta che un bambino di Gaza stringe un gatto tra le macerie, ogni volta che una famiglia ucraina percorre chilometri di guerra con il proprio cane infilato sotto il cappotto quella è una rivendicazione di umanità che vale quanto qualsiasi norma internazionale.
Come supportare chi lavora sul campo
Le associazioni attive in queste zone di crisi hanno bisogno di supporto continuativo, non solo nelle fasi di emergenza mediatica:
- Save the Dogs and other Animals → savethedogs.eu
- LAV → lav.it
- OIPA International → oipa.org
- Sulala Animal Rescue (Gaza) → sulalaanimalrescue.com
- Animal Heroes (Cisgiordania) → animalheroes.eu
di Marzia Novelli | Redazione YouPet.it | @Tutti ii diritti riservati










