Due gambe e quattro zampe che camminano nella stessa direzione: è l'immagine più semplice che conosco per spiegare cosa significhi davvero vivere con un cane. Non un addestratore e un allievo, non un padrone e un subalterno. Un percorso fatto insieme, dove il primo compito non è insegnare comandi, ma imparare a conoscersi.
di Paolo Bosatra, Educatore cinofilo | Redazione YouPet.it | Foto: Shutterstock
Quando un cane entra in casa, nessuno dei due, né lui né la persona che lo accoglie, parla ancora la lingua dell'altro. Il proprietario tende a proiettare significati umani su comportamenti che umani non sono, e il cane, dal canto suo, deve imparare a decifrare gesti, tono di voce e abitudini di una specie diversa dalla propria. Il linguaggio comune di cui tanto si parla in cinofilia non è un dato di partenza: è il risultato di settimane, spesso mesi, di osservazione reciproca. Il mio lavoro, più che insegnare al cane, consiste quasi sempre nell'insegnare al proprietario a leggere quello che il cane sta già dicendo, da subito, con il proprio corpo.
Il primo passo di qualunque relazione serena è imparare ad ascoltare, e nel cane l'ascolto passa attraverso l'osservazione dei segnali calmanti descritti dall'esperta di comportamento Turid Rugaas: uno sbadiglio fuori contesto, il leccarsi le labbra, il distogliere lo sguardo, il cercare distanza. Sono comunicazioni precise, non stranezze da correggere. Un proprietario che impara a riconoscerle prima ancora di iniziare qualunque esercizio di addestramento parte già avvantaggiato, perché smette di interpretare il proprio cane e comincia davvero ad ascoltarlo. Nella mia esperienza, la maggior parte dei problemi comportamentali non nascono da un cane “difficile”, ma da mesi in cui questi segnali sono stati, in buona fede, ignorati.
Rispettare un cane significa, molto concretamente, lasciargli la possibilità di scegliere quando è ragionevole farlo: allontanarsi da uno stimolo che non gradisce, decidere il proprio ritmo durante una passeggiata, non essere costretto a un contatto fisico con un estraneo solo perché quell'estraneo lo desidera. Ho visto spesso proprietari, animati dalle migliori intenzioni, forzare un cane pauroso a “fare amicizia” con qualcuno o qualcosa che temeva, convinti che l'esposizione forzata lo avrebbe aiutato a superare la paura. Succede quasi sempre il contrario: quel cane impara che le sue richieste di distanza non vengono ascoltate, e la fiducia nella persona che dovrebbe proteggerlo si incrina, un passo alla volta. Il rispetto non è un concetto astratto, è una serie di piccole decisioni quotidiane su quando insistere e quando lasciare che sia lui a decidere.
C'è un concetto della psicologia dello sviluppo infantile che si applica sorprendentemente bene al rapporto tra un cane e la propria persona di riferimento: quello di base sicura. Una ricerca dell'Università di Milano, guidata dalla psicologa Emanuela Prato-Previde, ha adattato al cane il test della Strange Situation, usato per misurare l'attaccamento tra un bambino piccolo e il proprio genitore, trovando che i cani esplorano l'ambiente con più sicurezza quando il proprio riferimento umano è presente, e intensificano la ricerca di contatto quando quel riferimento si allontana e poi ritorna. È esattamente questo il tipo di fiducia che un proprietario dovrebbe costruire: non l'obbedienza a un comando, ma la certezza, per il cane, che la persona accanto a lui è un punto fermo su cui contare, in ogni situazione nuova o difficile.
Molti proprietari arrivano da me chiedendo un metodo, una lista di esercizi da fare in un ordine preciso per ottenere un cane “educato”. Il metodo, quando serve, arriva dopo. Prima viene il tempo passato a osservare quel cane specifico, con la sua storia, il suo temperamento, le sue paure particolari, perché lo stesso identico esercizio funziona in modo diverso a seconda di chi lo riceve. Educare un cane, nel senso più autentico del termine, non significa piegarlo a un comportamento predefinito: significa costruire, insieme a lui, un modo di comunicare che nasce dalla conoscenza reciproca, non da un manuale applicato allo stesso modo a ogni soggetto.
I cani vanno trattati bene, perché imparare a conoscersi è il primo dovere, non l'ultimo, di chi sceglie di vivere con loro. Tutto il resto, l'addestramento, i comandi, le buone maniere, viene naturalmente dopo, quando quella conoscenza reciproca è già solida.
Fonti e riferimenti
Rugaas T. — Calming Signals: i segnali calmanti, come i cani evitano i conflitti
Prato-Previde E., Custance D.M., Spiezio C., Sabatini F. — Is the dog-human relationship an attachment bond? An observational study using Ainsworth's Strange Situation, Behaviour, 2003 (Università di Milano)










