Con il ritorno del freddo molti proprietari notano più rigidità nel proprio animale. Il clima non è la causa del dolore articolare, ma può renderlo più evidente. Segnali da riconoscere, differenze tra cane e gatto, e approccio integrato.
di Manuele Cascioli — Medico veterinario, esperto in medicina integrata - Foto: Shutterstock
Con il ritorno del freddo e dell'umidità, in ambulatorio aumentano le richieste di visita per animali che “improvvisamente” faticano ad alzarsi o zoppicano più del solito. La domanda che mi viene posta più spesso è se sia il clima a causare il problema. La risposta corretta è più sottile di un sì o di un no: il freddo raramente crea una patologia articolare dal nulla, ma con altrettanta frequenza rende evidente un problema che, nei mesi caldi, l'animale riusciva a mascherare meglio.
Una revisione sistematica di quattordici studi sulla relazione tra condizioni meteorologiche e dolore da osteoartrite ha trovato, in tredici casi su quattordici, un'associazione consistente tra fattori atmosferici e intensità del dolore percepito: la pressione barometrica e l'umidità relativa connettono positivamente con il dolore, la temperatura correla negativamente. Il meccanismo proposto non riguarda l'origine della malattia, ma la sua percezione: in un'articolazione già compromessa dalla degenerazione della cartilagine, le terminazioni nervose restano più esposte e più sensibili alle variazioni di pressione atmosferica rispetto a un'articolazione sana. In altre parole, il cambiamento di stagione non genera artrosi in un animale che non ce l'ha: rende più percepibile, a lui e al proprietario che lo osserva, un processo degenerativo spesso già in corso da tempo, silenzioso finché le condizioni climatiche non ne hanno accentuato i sintomi.
Prima che compaia una zoppia evidente, un animale con dolore articolare mostra quasi sempre segnali più sfumati: esitazione prima di saltare su un divano o in macchina, minore entusiasmo nelle prime uscite della giornata che poi migliora con il movimento, cambi di posizione frequenti durante il riposo, una minore propensione a salire le scale. Sono segnali che, presi singolarmente, sembrano poco significativi, e per questo vengono spesso attribuiti genericamente alla stagione o al carattere dell'animale, invece che indagati come i primi indizi di un processo articolare in corso. Intervenire in questa fase iniziale, prima che il dolore diventi manifesto, cambia in modo sostanziale la prognosi a lungo termine.
Cane e gatto non comunicano il dolore articolare nello stesso modo. Il cane tende a manifestarlo attraverso segnali più riconoscibili dal proprietario medio: zoppia, rigidità al risveglio, riluttanza a determinati movimenti. Il gatto, per ragioni legate alla propria storia evolutiva di animale che deve nascondere la vulnerabilità ai predatori, tende invece a mascherare il dolore attraverso cambiamenti comportamentali molto più sottili: una toelettatura meno accurata, salti calcolati con maggiore prudenza o evitati del tutto, un utilizzo meno frequente della lettiera se richiede di scavalcare un bordo alto. È il motivo per cui l'osteoartrite felina resta, secondo la letteratura specialistica, una delle condizioni più sottodiagnosticate e sottotrattate in medicina felina. Per rispondere a questa difficoltà, un gruppo di ricerca dell'Università statale della Carolina del Nord ha sviluppato il Feline Musculoskeletal Pain Index, uno strumento validato specificamente per il gatto, distinto dai questionari canini di cui ho già parlato su queste pagine, proprio perché le domande utili a intercettare il dolore in un gatto sono strutturalmente diverse da quelle pensate per un cane.
Perché “è anziano” non è una diagnosi.
Questa frase, che sento pronunciare quasi ogni giorno, contiene due errori. Il primo è dare per scontato che la vecchiaia giustifichi da sola una riduzione della qualità di vita, senza verificare se dietro quella riduzione ci sia un dolore trattabile. Il secondo errore, meno discusso ma altrettanto rilevante, è l'assunzione implicita che il dolore articolare riguardi solo gli animali anziani: alcune razze di cane di taglia medio-grande sviluppano patologie articolari su base genetica o di sviluppo già in età giovanile, come la displasia dell'anca o del gomito, indipendentemente dall'età anagrafica. “È anziano” non è una diagnosi in nessuno dei due sensi: non giustifica il dolore come normale, e non esclude che lo stesso dolore possa presentarsi anche in un soggetto giovane.
Il primo passo resta sempre una valutazione clinica completa, che includa un esame ortopedico specifico e, quando indicato, accertamenti di imaging per confermare la sede e l'entità del problema articolare. Solo dopo questa fase ha senso impostare una strategia di controllo del dolore, che nella maggior parte dei casi prevede un uso ragionato di farmaci antinfiammatori, riservando le opzioni più recenti, come gli anticorpi monoclonali anti-NGF di cui ho già parlato a proposito del cane anziano, ai casi in cui il quadro clinico lo giustifica realmente.
È qui che il termine “medicina integrata” viene spesso frainteso, ed è importante essere chiari: integrare non significa sostituire le terapie convenzionali con approcci alternativi, significa affiancare a una diagnosi e a un controllo del dolore clinicamente corretti una serie di interventi complementari con un razionale solido. La riabilitazione fisioterapica e l'idroterapia, sfruttando la spinta di galleggiamento dell'acqua per mobilizzare le articolazioni senza il carico del peso corporeo, restano tra gli strumenti con le basi fisiologiche più solide. Il movimento controllato, calibrato sulle condizioni specifiche dell'animale, previene la perdita di massa muscolare che altrimenti aggrava ulteriormente l'instabilità articolare. Sul fronte nutrizionale vale la stessa distinzione che ho già fatto altrove tra ciò che regge e ciò che non regge alla prova degli studi: gli omega-3 hanno un beneficio documentato nella modulazione dell'infiammazione articolare, mentre la sola glucosamina non ha mai dimostrato in modo convincente un'efficacia superiore al placebo negli studi meglio condotti. Il controllo del peso corporeo, spesso trascurato perché meno interessante di un intervento specialistico, resta probabilmente la misura con il rapporto costo-beneficio più favorevole in assoluto.
Nessuno di questi interventi funziona bene se applicato genericamente, uguale per ogni animale che entra in ambulatorio in questo periodo dell'anno. Un piano efficace nasce da una valutazione specifica del singolo soggetto, età, razza, peso, grado di attività, condizioni cliniche concomitanti, e va rivisto nel tempo con controlli periodici che verifichino se sta davvero funzionando, non dato per acquisito una volta impostato. È esattamente questa combinazione, diagnosi accurata, controllo del dolore basato su evidenze, e integrazione mirata di interventi complementari, a fare la differenza tra un autunno gestito bene e uno vissuto, dall'animale, in silenzio.
Fonti
Benito J., Depuy V., Hardie E. et al. — Feline Musculoskeletal Pain Index: Responsiveness and Testing of Criterion Validity, Journal of Veterinary Internal Medicine, 2013 (North Carolina State University, Translational Research in Pain Program).
Gruen M.E., Lascelles B.D.X. et al. — letteratura sulla sottodiagnosi dell'osteoartrite felina e strumenti di valutazione del dolore cronico nel gatto.
Nota: questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce la visita veterinaria. La diagnosi e il piano terapeutico, farmacologico e integrato, vanno sempre definiti con il veterinario curante sulla base della condizione clinica specifica del singolo animale.










