Hai trovato un animale selvatico? Non sempre devi salvarlo. È una frase che suona controintuitiva, quasi crudele, ma è esattamente il principio su cui si basano le linee guida di LIPU, WWF ed ENPA: il gesto più istintivo, raccogliere subito l'animale, è spesso quello che gli fa più male.
di Marzia Novelli | Redazione YouPet.it | Foto: Shutterstock
Solo il centro di recupero WWF di Vanzago, alle porte di Milano, accoglie ogni anno oltre 4.500 animali selvatici in difficoltà. È un numero che dice due cose insieme: gli incontri tra fauna selvatica e vita cittadina sono tutt'altro che rari, e la rete di centri specializzati, i CRAS, Centri di Recupero Animali Selvatici, è organizzata proprio per gestirli. Il problema non è quindi se intervenire in caso di reale bisogno, ma capire quando quel bisogno esiste davvero.
In Italia gli animali selvatici appartengono per legge allo Stato, e la legge 157 del 1992 vieta la detenzione privata della fauna selvatica: chi la raccoglie ha l'obbligo di consegnarla entro 24 ore a un centro autorizzato, non di tenerla o curarla in casa. Ma prima ancora di arrivare a questo passaggio, il consiglio unanime di chi gestisce questi centri è di osservare l'animale da una certa distanza, per un tempo sufficiente a capire se sia davvero in difficoltà. Gli animali selvatici non sono abituati alla presenza umana come lo è un cane o un gatto: anche un contatto minimo, un tentativo di consolarlo con la voce o con le carezze, può generare un livello di stress altissimo, in alcuni casi letale. Il gesto più gentile, paradossalmente, è spesso restare a distanza.
La situazione che chiunque può incontrare, è un uccellino a terra incapace di volare bene. Qui la LIPU offre un criterio chiaro. Se il piccolo sta in piedi sulle zampe, ha gli occhi aperti, è piumato e si sposta quando ci si avvicina, va lasciato dove si trova: la maggior parte dei nidiacei abbandona il nido prima di aver perfezionato il volo, ma i genitori restano nei paraggi e continuano a nutrirlo, un processo naturale che raccogliere l'animale interromperebbe senza alcun beneficio. Se invece si trova in una zona di pericolo reale, una strada, un marciapiede trafficato, la cosa giusta da fare è spostarlo di 20-30 metri verso un cespuglio o un'area verde vicina: i genitori lo ritroveranno richiamandolo con il verso, non serve riportarlo esattamente nel punto di partenza. Il vero intervento va riservato a segnali concreti di malessere: piumaggio arruffato e gonfio, occhi socchiusi, immobilità nello stesso punto per più di due ore, un attacco subito da un gatto o un cane, l'impatto contro una vetrata. Solo in questi casi ha senso raccoglierlo e contattare un CRAS. Fa eccezione il rondone, riconoscibile dalle ali lunghe e affusolate a forma di falce che superano la coda di qualche centimetro: questa specie non cammina né si nutre da sola se si trova a terra, quindi va sempre soccorsa, senza le valutazioni previste per gli altri uccelli.
Per ricci, volpi e caprioli il principio si ribalta in un dettaglio importante: i genitori di molti mammiferi selvatici possono abbandonare definitivamente un cucciolo se percepiscono su di lui l'odore umano lasciato da un contatto diretto. Qui la prudenza nel toccare l'animale non è solo una precauzione per il suo stress nell'immediato, ma una condizione che può decidere se la madre tornerà a occuparsene o meno. Anche in questo caso, la regola resta osservare a distanza prima di decidere, e intervenire fisicamente solo se il cucciolo è chiaramente ferito, in una zona di pericolo, o se è certo che la madre non tornerà, per esempio se è stata trovata morta nelle vicinanze.
Quando l'osservazione conferma che l'animale ha davvero bisogno di aiuto, alcune regole pratiche valgono per quasi tutte le specie. Va maneggiato il meno possibile e sempre con guanti. Va trasportato in una scatola di cartone forata per l'aria, mai in una gabbietta o in un trasportino per cani e gatti, perché un animale selvatico in un contenitore rigido tende ad agitarsi e a ferirsi nel tentativo di scappare. Va tenuto in un luogo silenzioso e buio, senza cercare di alimentarlo o dargli da bere nell'immediato: è quasi sempre sotto shock, e mai, in nessun caso, va offerto pane, latte o uova. L'ultimo passaggio, il più importante, è contattare il CRAS più vicino o il numero di emergenza del Corpo Forestale, 1515, per ricevere istruzioni specifiche sulla specie trovata prima di agire ulteriormente.
La differenza tra un salvataggio utile e un danno fatto in buona fede sta quasi sempre nei primi cinque minuti: osservare da lontano invece di avvicinarsi subito, valutare i segnali di reale pericolo invece di fidarsi della prima impressione, e chiamare chi ha davvero le competenze prima di agire da soli. Non è indifferenza verso l'animale: è, nella maggior parte dei casi, l'unico modo per aiutarlo davvero.
Fonti e riferimenti
LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) — linee guida su nidiacei e uccelli caduti dal nido
WWF Italia — Centro di Recupero Animali Selvatici di Vanzago (MI)
ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali) — soccorso selvatici in difficoltà
Legge 11 febbraio 1992, n. 157 — Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio










