Mentre al Senato si consuma una delle riforme più controverse degli ultimi trent'anni sulla fauna selvatica, YouPet ha il dovere di spiegarlo chiaramente: il DDL 1552 — il disegno di legge promosso dal Ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida e firmato dai capigruppo di tutta la coalizione di governo — vuole riscrivere dalle fondamenta la legge 157 del 1992, che da oltre trent'anni regola la caccia e protegge la fauna selvatica nel nostro Paese.
E non è tutto. Nelle ultime ore è esplosa una notizia che cambia completamente la prospettiva politica: la Commissione europea aveva già inviato al governo italiano, nel dicembre 2025, una lettera ufficiale che boccia duramente punti fondamentali del DDL. Il governo l'ha tenuta nascosta per mesi. A scoprirla sono state le associazioni animaliste e ambientaliste.
Cosa prevede davvero questo DDL? Come cambierebbe la vita degli animali selvatici italiani? E cosa rischiamo se venisse approvato con l'Europa già contraria? Analizziamo tutto, punto per punto.
A cura di Marzia Novelli | Foto: Shutterstock
La legge 157/1992: trent'anni di equilibrio (precario) tra caccia e tutela
Prima di capire cosa cambia, bisogna sapere da dove partiamo. La legge 157 del 1992 — approvata all'indomani del referendum anticaccia del 1990, che sfiorò il quorum con il 43% dei votanti — ha costruito un impianto normativo basato su un principio fondamentale: la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato, tutelata nell'interesse della comunità nazionale e internazionale.
In trent'anni di vigenza, la 157 ha fissato paletti precisi: stagione venatoria con chiusura alla prima decade di febbraio, silenzio venatorio obbligatorio martedì e venerdì, parere vincolante dell'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sui calendari regionali, almeno il 20-30% del territorio agro-silvo-pastorale sottratto alla caccia, richiami vivi soggetti a limiti severi, lista chiusa di specie cacciabili.
È una legge imperfetta — lo dicono anche i critici più moderati — ma costruita attorno a un'idea scientificamente solida: la conservazione della fauna selvatica come bene comune, non come risorsa da sfruttare. Il DDL 1552 rovescia quella logica.
DDL 1552: cosa prevede la riforma della caccia
1. Il cambio di paradigma: da «protezione» a «gestione»
Il primo segnale è nel titolo stesso della nuova legge. Il DDL 1552 sostituisce la formula «protezione della fauna selvatica» con «gestione e protezione della fauna selvatica», e afferma esplicitamente che l'attività venatoria è «espressione di una tradizione nazionale» che «concorre alla protezione dell'ambiente e all'equilibrio ecosistemico». Non è un dettaglio semantico: è una rivoluzione di approccio, che mette la caccia sullo stesso piano — se non sopra — della tutela della biodiversità.
2. La stagione venatoria si allunga: addio al limite di febbraio
Uno dei punti più contestati. La legge vigente chiude la stagione venatoria entro la prima decade di febbraio, data scelta per tutelare le fasi di nidificazione e riproduzione degli uccelli. Il DDL 1552 elimina questo limite fisso, rendendo i calendari venatori più flessibili. Il problema? A causa dei cambiamenti climatici, le migrazioni pre-nuziali degli uccelli a febbraio sono già in corso, e la riproduzione di molte specie è anticipata. Sparare in quel periodo significa colpire gli animali nel momento biologicamente più critico dell'anno.
3. ISPRA depotenziata: il parere scientifico non è più vincolante
Questa è la modifica che ha fatto scattare l'allarme più forte tra i biologi e gli etologi. Oggi il parere dell'ISPRA sui calendari venatori regionali è vincolante: le Regioni non possono aprire la caccia su specie o in periodi che l'Istituto indica come rischiosi per la conservazione. Con il DDL 1552, quel parere diventa consultivo — cioè facoltativo. Le decisioni politiche potranno così ignorare le evidenze scientifiche, aprendo la strada a calendari venatori costruiti su pressioni lobbistiche anziché su dati biologici.
4. Nuove aree aperte alla caccia
Il DDL 1552 amplia significativamente le aree dove sarà possibile sparare, includendo il demanio marittimo (le spiagge e le dune costiere), le foreste demaniali e le praterie d'alta quota. Aree che oggi sono de facto escluse dall'attività venatoria, spesso per ragioni di sicurezza e conservazione, potrebbero trasformarsi in nuovi terreni di caccia.
5. Più specie nel mirino: lo stambecco e nuovi uccelli migratori
L'elenco delle specie cacciabili si allunga. Tra le novità più clamorose c'è lo stambecco — un ungulato alpino storicamente protetto, simbolo del successo della conservazione italiana dopo la quasi estinzione. Vengono aggiunti anche ulteriori uccelli migratori, già oggi al centro di procedure di infrazione europee per la pressione venatoria eccessiva.
6. Ritorno dei richiami vivi e dei roccoli
Il DDL autorizza la riapertura dei centri di cattura per richiami vivi — uccelli vivi catturati e usati come esca per attrarne altri durante la caccia da appostamento. Questa pratica, vietata in molte regioni e segnalata come porta aperta al bracconaggio e al traffico illegale di avifauna, è oggi regolata in modo molto restrittivo proprio per la difficoltà di distinguere esemplari allevati da quelli catturati illegalmente in natura.
7. Visori ottici e caccia notturna
Viene autorizzato l'uso di dispositivi ottici e optoelettronici — in pratica visori notturni e termici — che consentirebbero attività venatoria anche nelle ore di buio. Una norma che abbatte di fatto i limiti pratici della caccia notturna e solleva seri interrogativi sia sulla sicurezza pubblica che sull'impatto sulla fauna nelle ore di riposo.
8. La caccia in deroga può ignorare il parere scientifico
Forse la combinazione più pericolosa: il DDL prevede che la caccia in deroga — già oggi uno strumento controverso che permette di abbattere specie normalmente protette in situazioni eccezionali — possa essere adottata anche in contrasto con il parere scientifico. Unito al depotenziamento di ISPRA, questo crea un sistema in cui la scienza viene sistematicamente bypassata in favore della politica venatoria.
La bomba politica: la lettera dell'UE tenuta nascosta dal Governo Meloni
E qui la vicenda assume una dimensione di gravità istituzionale. A inizio maggio 2026, oltre 50 organizzazioni ambientaliste e animaliste — tra cui ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU-BirdLife Italia e WWF Italia — sono entrate in possesso di una lettera ufficiale della Commissione europea, datata 18 dicembre 2025, inviata al governo italiano e rimasta volutamente segreta.
Il documento — firmato dalla Direzione Generale Ambiente — boccia duramente punti strutturali del DDL 1552, segnalando gravi rischi di violazione delle Direttive Uccelli (2009/147/CE) e Habitat (92/43/CEE). Non è una nota di preoccupazione generica: la lettera cita espressamente l'indagine EU Pilot attiva sulla legislazione venatoria italiana che, se non soddisfatta, potrebbe aprire una procedura di infrazione contro l'Italia.
I punti contestati da Bruxelles sono esattamente i più controversi del DDL: estensione della caccia fuori stagione (inclusa la migrazione pre-nuziale), indebolimento del parere scientifico ISPRA, uso di visori ottici, liberalizzazione dei richiami vivi con rischi concreti di bracconaggio e traffico illegale di avifauna, caccia in deroga adottabile contro il parere tecnico.
Nonostante questi rilievi chiarissimi, il governo non ha solo ignorato la lettera: ha lasciato proseguire l'iter parlamentare, ha permesso che il testo venisse aggravato da nuovi emendamenti favorevoli alle lobby venatorie e ha impedito che il Parlamento — e i cittadini — venissero informati dell'esistenza stessa del documento. Il testo ha ricevuto la prima approvazione congiunta dalle Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato il 6 maggio 2026. Il prossimo appuntamento in commissione è fissato per il 13 maggio 2026.
«Siamo davanti a un fatto di una gravità inaudita», commentano le associazioni. «Il governo Meloni ha tenuto nascosta per mesi una lettera ufficiale della Commissione Europea che boccia senza appello il DDL 1552. Hanno continuato ad accusare noi di diffondere fake news mentre provavano a nascondere e mascherare la verità.»
Cosa rischiano gli animali e cosa rischia l'Italia
I rischi non sono teorici. L'Italia è già sotto procedura di infrazione europea per la propria legislazione venatoria. Approvare una legge che va nella direzione opposta alle indicazioni di Bruxelles significa non solo ignorare la scienza, ma esporsi a sanzioni economiche molto concrete, oltre che al danno ambientale diretto.
Sul piano della biodiversità, le conseguenze sarebbero pesanti. L'Italia è una delle principali rotte migratorie del Continente: milioni di uccelli attraversano il nostro Paese ogni anno per i loro spostamenti stagionali. La pressione venatoria nei mesi di migrazione è già oggi una delle principali minacce a queste popolazioni. Estendere la stagione, eliminare il parere vincolante di ISPRA, aggiungere nuove specie cacciabili e liberalizzare i richiami vivi significa moltiplicare quella pressione nel periodo biologicamente più critico.
Anche la fauna stanziale sarebbe a rischio: la caccia nelle foreste demaniali, nelle praterie d'alta quota e — clamorosamente — nelle aree costiere trasforma ambienti che oggi sono di fatto refugia in potenziali zone di abbattimento.
Cosa chiedono le associazioni
ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU-BirdLife Italia, WWF Italia e decine di altre organizzazioni chiedono il blocco immediato del provvedimento e l'eliminazione delle norme contestate dalla Commissione europea, per evitare che il Parlamento approvi una legge giudicata già oggi illegittima e dannosa dall'Unione Europea. Chiedono anche la pubblicazione immediata della lettera europea e un confronto trasparente con la comunità scientifica.
Il video di questo approfondimento
In questo video, registrato direttamente al Senato della Repubblica durante il convegno organizzato contro il DDL 1552, esperti, etologi e rappresentanti delle principali associazioni animaliste e ambientaliste italiane spiegano punto per punto i rischi di questa riforma. Un documento prezioso per capire cosa è davvero in gioco — in lingua e in dati concreti.










