Naturale non è sinonimo di etico

03 marzo 2026
Naturale non è sinonimo di etico

Ho una crema sul comodino. Sul retro c'è scritto: estratto di Boswellia, olio di Argan, radice di nardo. Tanti ingredienti, tutti con un nome botanico in corsivo, tutti accompagnati dall'aggettivo che oggi rassicura più di qualsiasi certificazione: naturale.
Per anni ho comprato quella crema senza farmi domande. Lo faccio ancora, a tratti. Ed è esattamente questo il problema di cui voglio parlare oggi, 3 marzo, nel giorno in cui le Nazioni Unite celebrano il World Wildlife Day dedicandolo alle piante medicinali e aromatiche.
Perché naturale, nel 2026, non è sinonimo di etico. E continuare a usare questi due termini come se fossero equivalenti è una delle bugie più comode che il mercato ci racconta e a cui noi, volentieri, scegliamo di credere.

Partiamo dai numeri, perché i numeri stupefacenti nella loro semplicità.
Il mercato globale dei prodotti botanici — tisane, integratori, cosmetici, aromi, farmaci vegetali — vale oggi circa 100 miliardi di dollari. Cresce del 15% ogni anno. La domanda di ingredienti "naturali" non ha mai smesso di salire, accelerata da una cultura del benessere che associa il selvatico al puro, il vegetale all'innocuo, il tradizionale al sostenibile.
Eppure, in India — uno dei principali produttori mondiali di piante officinali — l'80% del materiale venduto sul mercato viene ancora raccolto direttamente dalla natura, non coltivato. Il Boswellia, quell'albero africano e mediorientale da cui si ricava l'incenso e diversi principi antinfiammatori, viene abbattuto o spillato fino all'esaurimento in intere aree del Corno d'Africa. Le orchidee medicinali usate nella medicina tradizionale cinese vengono prelevate dalle foreste in quantità che nessun piano di gestione sostenibile giustificherebbe.

La domanda non è se il prodotto che compri è naturale. La domanda è: da dove viene, chi l'ha raccolto e a quale prezzo — per l'ecosistema e per le persone.
La CITES — la convenzione internazionale sul commercio delle specie minacciate — regola meno del 5% delle piante medicinali commerciate globalmente. Il resto viaggia in un territorio di penombra normativa dove la parola "sostenibile" sulle etichette non ha obblighi di verifica, la parola "naturale" non ha standard condivisi, e la parola "tradizionale" può benissimo coprire filiere estrattive che stanno svuotando ecosistemi interi.
Quello che mi colpisce di più, ogni volta che ci rifletto, non è la malafede delle aziende — anche se quella esiste, e andrebbe nominata senza eufemismi. È la nostra. La mia.

Siamo diventati consumatori sofisticati in molti ambiti. Leggiamo le etichette del cibo. Chiediamo la provenienza del cibo. Ci preoccupiamo delle condizioni di lavoro nei magazzini dell'e-commerce. Ma quando compriamo una crema con l'estratto di una radice esotica, o una tisana con erbe "selvatiche di montagna", raramente ci chiediamo cosa c'è dietro. Chi l'ha raccolta. Se quella specie esiste ancora in quantità sufficienti. Se la comunità locale che la coltiva, o la raccolie direttamente in natura, ci guadagna qualcosa di equo, o se sta semplicemente svendendo un patrimonio biologico e culturale millenario a margini da fornitore di terzo livello.
C'è un termine che la farmacognosia usa per descrivere la caccia sistematica a composti bioattivi nelle aree di alta biodiversità: bioprospecting. Quando viene fatto senza accordi equi con le comunità locali, senza condivisione dei benefici, senza rispetto per i saperi tradizionali che orientano la ricerca, senza rispetto per gli ecosistemi si chiama biopirateria. La linea tra le due cose è sottile, spesso invisibile al consumatore finale.

Quando compriamo il benessere green senza fare domande, finanziamo qualcosa. La domanda è: cosa, esattamente?

Il Protocollo di Nagoya del 2010 esiste esattamente per provare a regolare tutto questo — garantire che le comunità indigene e locali ricevano una quota equa dei benefici derivanti dall'uso commerciale delle loro piante e dei loro saperi. È un quadro giuridico necessario, prezioso, e strutturalmente insufficiente: vincolante solo per i Paesi che l'hanno ratificato, difficile da applicare nelle filiere lunghe e opache del mercato globale, quasi invisibile nelle scelte d'acquisto quotidiane di chiunque di noi.
Quello che manca non è solo la norma. È la domanda. È il gesto semplice e scomodo di fermarsi davanti a uno scaffale e chiedersi: ma questa radice di nardo — specie inserita nell'appendice CITES come commercialmente vulnerabile — come è arrivata qui? Chi ha deciso che fosse giusto metterla in una crema da 18 euro?
Oggi le Nazioni Unite ci chiedono di celebrare le piante medicinali selvatiche. È una buona causa. Ma celebrare non basta — e in certi casi rischia di essere controproducente, se si ferma a un'estetica del verde senza toccare le strutture che lo svuotano.

Io continuerò a comprare quella crema sul comodino? Probabilmente sì, almeno finché non troverò un'alternativa di cui capisco davvero la filiera. Ma almeno adesso lo so che cosa sto scegliendo. E so che "naturale" sull'etichetta non mi assolve.
La domanda che lascio aperta — perché non ho una risposta pulita — è questa: siamo disposti a pagare il prezzo reale del benessere che vogliamo? Non il prezzo in euro. Il prezzo in termini di trasparenza, di rinunce, di scelte meno comode? O preferiamo continuare a comprare la storia che naturale voglia dire buono per tutti?

Marzia Novelli 

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