Ogni anno, nella prima settimana di settembre, capita la stessa cosa. Cani depressi che manifestano problemi comportamentali mai verificatisi prima, e proprietari disorientati e preoccupati. Il rientro al lavoro non è un dettaglio logistico per il cane. È un cambiamento che va gestito con un metodo, non con la speranza che passi da solo.
di Paolo Bosatra, Educatore cinofilo | Redazione YouPet.it | Foto: Shutterstock
Distinguere il disagio normale dal vero disturbo
La prima cosa che chiedo sempre a chi mi contatta in questo periodo è: da quanto dura, e cosa fa esattamente il cane quando resta solo? Un certo disagio nei primi giorni di rientro, un guaito quando si chiude la porta, una maggiore richiesta di attenzione la sera, è normale e nella maggior parte dei casi si risolve da solo in pochi giorni, man mano che il cane ricostruisce la prevedibilità della sua giornata. Il problema comportamentale vero e proprio, quello che i Medici Veterinari comportamentalisti chiamano disturbo da separazione, è un'altra cosa: vocalizzazioni prolungate, distruttività mirata soprattutto su porte e finestre, sporcare in casa nonostante un'educazione all'igiene già acquisita da tempo. Non è un capriccio, e non è raro quanto si pensa: i Veterinari comportamentalisti stimano che riguardi circa il 15% della popolazione canina, ma uno studio longitudinale di riferimento nel settore suggerisce che la prevalenza reale sia ancora più alta di questa stima. È inoltre una delle cause più frequenti di rinuncia del cane da parte dei proprietari, il che dovrebbe far riflettere su quanto valga la pena affrontarlo bene fin dai primi segnali.
Un punto che viene sottovalutato, anche da proprietari attenti, è che non tutti i comportamenti da solitudine nascono dalla paura. La ricerca comportamentale più recente distingue due meccanismi diversi dietro quello che sembra lo stesso problema: l'ansia da separazione vera e propria, legata alla paura di perdere il contatto con il punto di riferimento, e la frustrazione, che nasce invece da un cane abituato a un livello di stimoli, movimento e attenzione che il rientro al lavoro riduce bruscamente. Un cane che ha passato l'estate tra spiaggia, gente e giochi non sta necessariamente soffrendo di ansia quando distrugge un cuscino il primo giorno di ufficio del suo umano: può semplicemente avere un surplus di energia ed eccitazione senza più uno sfogo adeguato. La distinzione conta perché la gestione cambia: un cane frustrato risponde bene a più esercizio fisico e arricchimento ambientale, un cane ansioso ha bisogno soprattutto di un lavoro specifico sulla percezione dell'assenza, che è cosa diversa dallo stancarlo di più.
Il protocollo che funziona davvero: la desensibilizzazione sistematica
Per i casi di ansia da separazione vera, il metodo con le prove scientifiche più solide alle spalle resta la desensibilizzazione sistematica, spesso abbinata a un contro-condizionamento: si abitua il cane ad assenze di durata crescente, partendo da pochi minuti, associando l'uscita del proprietario a qualcosa di neutro o piacevole invece che a un rituale carico di emotività. Uno studio pubblicato su Applied Animal Behaviour Science ha misurato una riduzione significativa, sia in frequenza sia in gravità, dei comportamenti da separazione in otto cani trattati con questo protocollo, con sei degli otto soggetti che a tre mesi di distanza avevano praticamente eliminato il problema. Il dato che trovo più utile da condividere con chi segue il protocollo per la prima volta è un altro: lo stesso studio ha rilevato che il successo del trattamento non dipendeva da un'applicazione perfetta da parte del proprietario. Anche chi lo seguiva in modo imperfetto otteneva miglioramenti concreti. Non serve la perfezione, serve costanza nella direzione giusta.
Perché i consigli più facili non bastano da soli
Quando si danno ai proprietari più istruzioni insieme, tendono a seguire quelle più semplici, come non punire il cane per i danni trovati al rientro o lasciargli un gioco da masticare quando si esce, e a saltare quelle più impegnative, come allenare assenze progressive o scollegare i segnali che anticipano l'uscita, prendere le chiavi, indossare le scarpe, dal momento effettivo in cui si esce di casa. Il problema è che sono proprio questi ultimi due, i più faticosi da applicare con regolarità, ad avere il peso maggiore sul risultato finale. Il mio consiglio da educatore è di non accontentarsi delle scorciatoie facili: fanno stare meglio il proprietario nell'immediato, ma da sole raramente risolvono un vero disturbo da separazione.
Il primo intervento, valido per quasi tutti i cani in questo periodo, è una passeggiata di decompressione prima di uscire per lavoro, non una corsa veloce per bisogni urgenti ma una camminata lenta in cui il cane possa annusare con calma: cinque minuti di naso a terra abbassano l'attivazione nervosa più di venti minuti di camminata a passo svelto. Il secondo è rendere neutri i momenti di uscita e di rientro, senza saluti carichi di emozione né in un senso né nell'altro: un'uscita drammatizzata insegna al cane che quel momento merita ansia. Il terzo, per chi sospetta un vero disturbo da separazione e non solo un adattamento fisiologico, è iniziare ad allenare assenze brevi anche nei giorni in cui non servirebbe uscire, partendo da pochi minuti e allungando gradualmente, scollegando pian piano i gesti che anticipano l'uscita dall'uscita stessa. Il quarto, soprattutto per i cuccioli arrivati da poco, per i quali la gestione della solitudine è un apprendimento ancora in corso e non un'abitudine consolidata, è procedere con particolare gradualità fin dalle prime settimane, senza dare per scontato che “si abituerà da solo”.
Se il cane si autolesiona tentando di uscire, smette completamente di mangiare in vostra assenza, o i danni in casa sono gravi e quotidiani nonostante un mese di lavoro sulla routine, non aspettate oltre: è il momento di coinvolgere un educatore ed un medico veterianrio comportamentalista. Non è un fallimento educativo chiedere questo tipo di aiuto: è la stessa logica con cui un fisioterapista, di fronte a un dolore che non risponde agli esercizi, chiede una consulenza medica.
Il rientro al lavoro ogni anno, in forme ed modalità diverse a seconda dei soggetti coinvolti, crea dei disagi ai nostri amici cani, esserne consapevoli è il primo passo per migliorare la loro qualità della vita e anche la nostra di conseguenza. Vale la pena trattarlo come merita, con un metodo, non con la speranza che il cane “si abitui” da solo mentre noi speriamo che accada.
Fonti e riferimenti
Butler R., Sargisson R.J., Elliffe D. — The efficacy of systematic desensitization for treating the separation-related problem behaviour of domestic dogs, Applied Animal Behaviour Science, 2011
Bradshaw J.W.S. et al. — studio longitudinale sulla prevalenza dei disturbi da separazione nel cane
Lenkei R., Gomez S.A., Pongrácz P. — Fear vs. frustration: possible factors behind canine separation related behaviour, Behavioural Processes, 2018
Cannas S., Frank D., Minero M., Palestrini C. — Puppy behavior when left home alone: changes during the first few months after adoption, Journal of Veterinary Behavior, 2010
Salonen M., Sulkama S., Mikkola S. et al. — Prevalence, comorbidity, and breed differences in canine anxiety in 13.700 Finnish pet dogs, Scientific Reports, 2020










