Si chiama Merlino, è un'anatra, e per qualche settimana è stata probabilmente l'animale più famoso del mondo. Durante i Mondiali 2026, in corso tra Stati Uniti, Canada e Messico, un video dell'anatra che passeggiava per le strade di Città del Messico vestita con la maglia della Nazionale ha fatto il giro dei social. Da lì, la solita escalation che conosciamo bene: altri video, altre condivisioni, testate generaliste che hanno intervistato le persone di riferimento dell'animale spacciando le risposte come se arrivassero direttamente dal pennuto, agenzie che oggi vendono a pagamento i diritti sulle sue immagini. Fino all'incontro ufficiale con la presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, che ha voluto conoscere la famiglia dietro al fenomeno.
di Marzia Novelli - Foto: Shutterstock
Qualcuno, però, si è accorto che in tutto questo c'era qualcosa di storto. Al Congresso di Città del Messico, la deputata Luisa Fernanda Ledesma Alpízar ha proposto una modifica normativa, ribattezzata inevitabilmente “ley Merlín”, che obbliga chi genera profitti sfruttando l'immagine di un animale sui social a destinare una quota fissa di quei guadagni al suo benessere reale: alimentazione, cure veterinarie, farmaci, eventuale riabilitazione, arricchimento ambientale, una vecchiaia dignitosa. In sostanza: se guadagni grazie alla faccia o al becco di un animale, una parte di quei soldi deve tornare a lui, non restare solo a chi lo tiene al guinzaglio (o, in questo caso, per le zampe palmate).
Il confine che quasi nessuno traccia
È una proposta pensata per un caso specifico, ma il principio che la ispira riguarda molto più di un'anatra messicana, e molto più da vicino chi su YouPet ci legge ogni giorno con un cane o un gatto in casa. Riguarda una distinzione che sui social si fa raramente, e che vale la pena tracciare con chiarezza.
Da una parte c'è il contenuto che nasce dall'osservazione: un animale ripreso mentre fa quello che farebbe comunque, libero di allontanarsi, senza costumi indossati per ore, senza pose forzate, senza essere passato di mano in mano per soddisfare la richiesta di uno sconosciuto, nel caso di Merlino, letteralmente chiamato a “fare un pronostico” sulle partite. Dall'altra c'è il contenuto costruito attorno a un bisogno umano di attenzione, di guadagno, di un algoritmo da soddisfare in cui l'animale non è protagonista ma materia prima.
Il problema è che, da fuori, i due tipi di contenuto spesso si somigliano. E qui entra in gioco un pezzo di scienza comportamentale che è bene valutare prima di premere “condividi”.
Quando la tenerezza è, in realtà, paura
Uno degli esempi più citati dagli etologi è il cosiddetto “sguardo colpevole” del cane: quello sguardo basso, le orecchie indietro, la codina tra le zampe che milioni di video interpretano come “il cane sa di aver fatto qualcosa di male”. Uno studio del 2009 della ricercatrice Alexandra Horowitz ha dimostrato che quel comportamento non ha nulla a che fare con il senso di colpa, un'emozione che richiede una teoria della mente che il cane probabilmente non possiede ma, è una risposta di pacificazione al tono di voce o al linguaggio del corpo del proprietario. Il cane non si sente in colpa: percepisce una minaccia sociale e cerca di disinnescarla, insomma il cane in quel momento ha paura. Milioni di persone hanno riso e condiviso, per anni, un segnale di disagio scambiandolo per un momento comico.
Lo stesso vale per una parte consistente dei trend basati sullo spavento: dal gatto a cui si mette di soppiatto un cetriolo alle spalle, oppure il secchio d’acqua gelata lanciato sul cane per vedere “l’effetto che fa”,format che comportamentalisti e veterinari criticano da anni proprio perché documenta, e monetizza, una reazione di paura reale, non un momento divertente condiviso con l'animale.
Il fenomeno va oltre i singoli video
La ricerca costante di animali esteticamente “virali” ha contribuito, negli ultimi anni, a normalizzare tratti fisici che compromettono la salute come il muso schiacciato di alcune razze brachicefale assolutamente estremizzato è l'esempio più citato proprio perché quei tratti fotografano e riprendono bene, generano empatia immediata, funzionano sulle persone e sull'algoritmo. Il risultato è una selezione guidata dal gradimento social più che dal benessere dell'animale, con conseguenze respiratorie e articolari che restano fuori dall'inquadratura ma influiscono pesantemente sulla vita degli animali.
Aggiungiamoci la parte economica, che è poi il cuore della proposta messicana: gran parte del valore generato da un animale diventato virale, sponsorizzazioni, diritti sui video, apparizioni, resta nelle mani di chi lo gestisce. Raramente si traduce in cure migliori, spazi più adeguati, una vita più lunga o più serena per l'animale stesso. È esattamente il vuoto normativo che la ley Merlín prova a colmare: non vietare la visibilità, ma imporre che generi un ritorno reale per chi, in tutto questo, non ha scelto nulla.
Non è un discorso contro i contenuti con gli animali. Ma una rflessione su come realizzarli. Chi lavora bene, che sia un piccolo creator o un professionista, di solito condivide alcuni tratti riconoscibili: mostra metodi di addestramento basati sul rinforzo positivo, lascia che l'animale possa allontanarsi dalla scena quando lo desidera, è trasparente su cosa succede fuori dall'inquadratura, e se il contenuto genera introiti, una parte va davvero a cure veterinarie, rifugi o associazioni non solo sul proprio conto.
– Il mio animale, se potesse scegliere, sceglierebbe di stare qui, ora, in questo modo?
– Sto raccontando la sua giornata, o gliene sto organizzando una diversa solo per la telecamera?
– Quello che leggo come tenerezza immobilità, sguardo basso, la reazione a un costume o a uno spavento è davvero questo, o è un segnale di disagio che non ho imparato a riconoscere?
Difficilmente vedremo una “ley Merlín” in Italia a breve, e probabilmente la proposta messicana avrà comunque bisogno di correzioni prima di diventare legge funzionante. Ma la domanda che solleva resta valida indipendentemente dal Parlamento che la discute: chi guadagna in denaro o anche solo in like dall'immagine di un animale, gli deve qualcosa in cambio? Sui social nessuno ce lo chiede prima di premere “pubblica”. Forse dovremmo iniziare a chiedercelo da soli, ogni volta che l'animale nell'inquadratura è il nostro.









