La domanda che anima ogni discussione tra “persone da cane” e “persone da gatto” ha una risposta scientifica più interessante di un semplice verdetto. Perché tre linee di ricerca diverse, messe insieme, raccontano che il cane vince su alcuni fronti in modo netto, ma che gran parte del presunto divario nasce da come, e su cosa, li abbiamo testati.
di Marzia Novelli | Redazione YouPet.it | Foto: Shutterstock
Nel 2017 la neuroscienziata Suzana Herculano-Houzel, dell'Università Vanderbilt, insieme a un gruppo di colleghi internazionali, ha pubblicato su Frontiers in Neuroanatomy uno studio che ha contato, con una tecnica che dissolve il tessuto cerebrale fino a trasformarlo in una sospensione di nuclei cellulari, il numero di neuroni presenti nella corteccia cerebrale di otto specie di carnivori, tra cui cani e gatti. Il risultato è stato che il cane possiede in media 530 milioni di neuroni corticali, contro i circa 250 milioni del gatto, ossia meno della metà. Un golden retriever esaminato nello studio ne aveva addirittura 627 milioni. Poiché i neuroni della corteccia sono associati alla capacità di elaborare informazioni complesse e formulare previsioni basate sull'esperienza passata, questo dato viene spesso citato come la prova più solida a favore di una maggiore capacità cognitiva generale del cane. Una curiosità dallo stesso studio aiuta a relativizzare il confronto: i grandi carnivori come leoni, iene e orsi bruni hanno un numero di neuroni corticali sorprendentemente basso rispetto alla loro mole, probabilmente perché i predatori di grossa taglia trascorrono gran parte del tempo a riposo per risparmiare energia, mentre il procione, con un cervello grande quanto quello di un gatto, ne possiede quasi quanto un piccolo primate.
Se sul piano neuroanatomico il cane parte avvantaggiato, sul piano della cognizione sociale il divario diventa ancora più netto, e qui la scienza ha anche capito il perché. Nel 2002 l'antropologo evoluzionista Brian Hare, allora ad Harvard, ha pubblicato su Science uno studio che ha confrontato cani, lupi e scimpanzé nella capacità di seguire un gesto di puntamento umano per trovare del cibo nascosto. I cuccioli di cane, fin dalle prime settimane di vita e senza alcun addestramento specifico, seguivano il gesto con successo, mentre lupi cresciuti dall'uomo con le stesse modalità di socializzazione fallivano sistematicamente, comportandosi in modo simile agli scimpanzé. La conclusione di Hare, che ha guidato buona parte della ricerca successiva sulla cognizione canina, è che questa capacità non sia stata ereditata dal lupo, ma si sia sviluppata proprio durante il processo di addomesticamento, come sottoprodotto della selezione di individui più cooperativi e meno diffidenti verso l'uomo. Il gatto, addomesticato attraverso un percorso storico diverso, meno orientato alla cooperazione attiva con l'uomo e più alla tolleranza reciproca, mostra una sensibilità a questi segnali comunicativi più debole, anche se non del tutto assente.
Qui però arriva il punto che ridimensiona buona parte del vantaggio apparente del cane. Uno degli studi più citati sul tema, condotto nel 1981 dagli psicologi comparati Triana e Pasnak, ha messo a confronto cani e gatti sulla permanenza dell'oggetto, la capacità di capire che un oggetto nascosto alla vista continua a esistere, un traguardo cognitivo fondamentale nello sviluppo infantile. Quando il compito richiedeva di ritrovare un giocattolo nascosto, nessuna delle due specie lo risolveva pienamente. Ma quando i ricercatori hanno cambiato metodo, chiedendo agli animali di ritrovare del cibo nascosto attraverso un procedimento che controllava anche la pista olfattiva, sia i cani sia i gatti hanno dimostrato una comprensione completa della permanenza dell'oggetto. La differenza non era nella capacità cognitiva delle due specie, ma nel tipo di motivazione usata per farla emergere: un compito costruito intorno a uno stimolo visivo premiava il cane, un compito costruito intorno all'olfatto e al cibo funzionava per entrambi. Una ricerca più recente, pubblicata nel 2025 su PLOS One, ha confermato che i gatti possiedono rappresentazioni mentali degli oggetti paragonabili a quelle documentate nei cani e nei bambini piccoli, segnalando allo stesso tempo quanto la presenza di una persona sconosciuta durante il test possa alterare il comportamento felino, un fattore di confondimento che gli studi sul cane, animale generalmente più a suo agio con gli estranei, incontrano molto meno spesso.
Quindi, chi vince?
Mettendo insieme questi tre filoni di ricerca, la risposta onesta è che il cane possiede più risorse neurali e una cognizione sociale nettamente più sviluppata verso l'essere umano, entrambe conseguenze dirette di una storia evolutiva costruita sulla cooperazione. Ma buona parte del divario percepito su altre capacità cognitive di base, memoria, comprensione della permanenza degli oggetti, capacità di risolvere problemi, si riduce o scompare quando i test vengono costruiti pensando alla motivazione specifica del gatto invece che a quella, più facile da sfruttare in laboratorio, del cane. Più che una gara con un vincitore assoluto, quello che emerge è il ritratto di due specie che hanno sviluppato strategie cognitive diverse per convivere con noi, non una versione più o meno riuscita dell'altra.
Fonti e riferimenti
Jardim-Messeder D., Lambert K., Noctor S. et al., Herculano-Houzel S. — Dogs Have the Most Neurons, Though Not the Largest Brain: Trade-Off between Body Mass and Number of Neurons in the Cerebral Cortex of Large Carnivoran Species, Frontiers in Neuroanatomy, 2017
Hare B., Brown M., Williamson C., Tomasello M. — The Domestication of Social Cognition in Dogs, Science, 2002
Triana E., Pasnak R. — Object permanence in cats and dogs, Animal Learning & Behavior, 1981
Forman J., Rowe J.S., Leavens D.A. — Object permanence in domestic cats (Felis catus) using violation-of-expectancy by owner and stranger, PLOS One, 2025










