Non è un cane “difficile”, non è un cane “viziato”, e quasi mai è un problema che si risolve da solo con il tempo. L'ansia e la paura nel cane sono tra le condizioni comportamentali più diffuse e più fraintese, e per affrontarle davvero serve incrociare tre punti di vista: quello medico, quello nutrizionale e quello comportamentale. In questa guida li mettiamo insieme, con il contributo diretto di Emanuele Cascioli Medico Veterinario e di Paolo Bosatra educatore cinofilo.
di Marzia Novelli | Redazione YouPet.it | Foto: Belletti/Franzo by Excaliburphoto.eu
Quanto è diffuso, davvero
I numeri, quando si va a cercarli, sorprendono chi pensa che si tratti di casi isolati. Uno studio finlandese su 13.715 cani, tra i più ampi mai condotti sul tema, ha rilevato che il 32% dei soggetti mostra sensibilità ai rumori forti e il 29% manifesta paura generalizzata verso situazioni o stimoli nuovi. Le stime complessive sui disturbi comportamentali legati a paura e ansia nella popolazione canina variano, a seconda degli studi e dei criteri usati, dal 34% fino all'86%, un intervallo ampio che riflette quanto sia difficile tracciare un confine netto tra un cane semplicemente prudente e uno che soffre di un vero disturbo. Quello che invece è certo, ed emerge da più fonti indipendenti, è che i problemi comportamentali legati a paura, ansia e reattività restano tra le cause più frequenti di rinuncia del cane da parte dei proprietari: un motivo in più per affrontarli presto e bene, invece di sperare che passino da soli.
Paura e ansia non sono sinonimi, anche se nel linguaggio comune li usiamo in modo intercambiabile. La paura è una risposta immediata a una minaccia percepita, reale o presunta, mentre l'ansia è uno stato anticipatorio, l'attivazione dello stesso sistema di allarme in assenza di una minaccia diretta, spesso legata all'aspettativa che qualcosa di negativo stia per accadere. Entrambe coinvolgono l'attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con un aumento misurabile del cortisolo circolante, e hanno una componente genetica documentata: lo stesso studio finlandese ha rilevato differenze significative tra razze nella prevalenza di questi tratti, a conferma che una parte della sensibilità individuale è scritta nel patrimonio genetico del cane, non solo nella sua storia di vita.
Per approfondire il lato clinico abbiamo parlato con Manuele Cascioli, medico veterinario esperto in medicina integrata e firma di YouPet.it su temi di salute animale.
Dottor Cascioli, quando un cane arriva in ambulatorio per un problema di “ansia”, qual è il primo passo?
«Il primo passo, sempre, è escludere che dietro il comportamento ci sia una causa medica organica. Un cane che improvvisamente sembra più pauroso, più irritabile o più insicuro nei movimenti può in realtà avere un dolore cronico non ancora diagnosticato, penso all'osteoartrite nel cane anziano, oppure una disfunzione tiroidea, che nel cane può manifestarsi anche con cambiamenti comportamentali oltre che con i classici segni metabolici. Trattare come “ansia comportamentale pura” un disagio che nasce da un problema fisico non risolto significa condannare quel cane a una gestione parziale, se non del tutto sbagliata.»
E una volta escluse le cause organiche?
«A quel punto valuto insieme al proprietario la gravità del quadro. Nei casi lievi, un lavoro comportamentale ben condotto, in collaborazione con un educatore, è spesso sufficiente. Nei casi più marcati, con impatto significativo sulla qualità di vita del cane, non escludo un supporto, sempre come affiancamento al lavoro comportamentale, mai come sostituto. Sul fronte nutraceutico raccomando la stessa cautela che uso per qualsiasi altro integratore: alcuni composti hanno un razionale biologico plausibile, ma le prove di efficacia restano, in molti casi, più deboli di quanto il marketing lasci intendere. Un meccanismo d'azione plausibile non equivale a un'efficacia dimostrata.»
L'alimentazione: cosa c'è di vero nell'approccio nutrizionale?
«Il legame tra alimentazione e stato emotivo del cane è un campo di ricerca reale, ma ancora giovane. L'alfa-casozepina, un derivato del latte, agisce secondo l'ipotesi di partenza sui recettori del GABA, il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Una revisione indipendente della letteratura disponibile, pubblicata su Veterinary Evidence, ha però concluso che le prove a sostegno della sua efficacia restano limitate e deboli nel medio-lungo periodo, con studi di qualità metodologica bassa e a rischio di distorsione: lo studio di riferimento più citato, condotto nel 2007, non prevedeva un gruppo di controllo con placebo e chiedeva contemporaneamente ai proprietari di applicare tecniche di addestramento, rendendo impossibile isolare l'effetto del solo prodotto. Discorso simile, ma con qualche apertura in più, per i probiotici che agiscono sull'asse intestino-cervello. Il ceppo Bifidobacterium longum, studiato inizialmente da un team di ricerca legato a un'azienda produttrice di integratori per animali, ha mostrato in alcuni lavori preliminari una riduzione dello stress comportamentale, ma parte di questa letteratura, comprese comunicazioni presentate come “prova scientifica”, corrisponde in realtà a interventi a convegno più che a pubblicazioni sottoposte a revisione paritaria indipendente, un dettaglio che vale la pena conoscere prima di aspettarsi risultati garantiti. Più incoraggiante, perché più recente e meglio disegnato, uno studio randomizzato e controllato con placebo pubblicato nel 2025 sulla rivista Animals, che ha testato un nuovo ceppo probiotico, Lactiplantibacillus plantarum LP815, osservando in cinque settimane un miglioramento nei comportamenti di ansia e aggressività, un sonno più regolare e un adattamento più semplice alle assenze del proprietario, senza effetti collaterali riportati. Resta comunque un singolo studio, che richiede conferme indipendenti prima di poter essere considerato definitivo. Gli omega-3, di cui abbiamo già parlato a proposito di altre condizioni infiammatorie, restano un supporto ragionevole per la salute generale del sistema nervoso, più che una soluzione mirata e specifica per l'ansia.»
IL COMPORTAMENTO: COSA FARE CONCRETAMENTE
Sul fronte comportamentale, il primo strumento è imparare a leggere i segnali che un cane usa per comunicare disagio prima che sfoci in una reazione più marcata: sbadigli fuori contesto, leccarsi le labbra ripetutamente, distogliere lo sguardo, cercare distanza, sono quelli che l'esperta di comportamento canino Turid Rugaas ha definito segnali calmanti. Il metodo con le prove più solide per intervenire su una paura specifica resta la desensibilizzazione sistematica, spesso abbinata a un contro-condizionamento: esposizioni graduali e controllate allo stimolo temuto, abbinate a qualcosa di positivo, che nel tempo permettono al cane di modificare la propria risposta emotiva. Uno studio pubblicato su Applied Animal Behaviour Science ha misurato una riduzione significativa dei comportamenti da separazione con questo approccio, con un dato incoraggiante per chi teme di non applicarlo alla perfezione: il miglioramento si osservava anche quando il protocollo veniva seguito in modo imperfetto dal proprietario.
Per la parte pratica abbiamo chiesto il punto di vista di Paolo Bosatra, educatore cinofilo e firma di YouPet.it sui temi di educazione canina.
Paolo, qual è l'errore più comune che vedi nei proprietari di cani ansiosi o paurosi?
«Il primo errore è confondere ansia e frustrazione, due cose diverse che richiedono approcci diversi. Un cane frustrato, che ha meno stimoli o meno movimento di quanto sia necessario, non ha bisogno dello stesso lavoro di un cane che ha davvero paura di qualcosa di specifico: al primo serve più attività ed esercizio, al secondo serve un lavoro mirato sulla percezione dello stimolo temuto. Il secondo errore, altrettanto comune, è forzare l'esposizione: mettere un cane pauroso a contatto diretto con ciò che teme, sperando che “si abitui”, spesso peggiora la situazione invece di migliorarla, perché lo espone a un livello di stress che non è in grado di gestire e che rinforza, invece di indebolire, l'associazione negativa.»
Cosa consigli di fare, in pratica, a chi si accorge di avere un cane ansioso in casa?
«Partire dalla gestione dell'ambiente prima ancora che dall'addestramento: dare al cane la possibilità di allontanarsi da uno stimolo che teme, invece di costringerlo a restare, è già un intervento terapeutico, non una scorciatoia. Poi lavorare con calma sulla desensibilizzazione, un passo alla volta, senza fretta di vedere risultati immediati. E infine, se il quadro è marcato, non esitare a coinvolgere sia un educatore sia un veterinario comportamentalista insieme: il lavoro comportamentale e l'eventuale supporto medico funzionano meglio in parallelo che in sequenza, ognuno per la parte di sua competenza.»
Quello che emerge, incrociando la prospettiva medica, quella nutrizionale e quella comportamentale, è che un cane ansioso o pauroso raramente si risolve con un solo intervento isolato. La visita veterinaria serve a escludere cause organiche e a valutare se un supporto farmacologico sia necessario. L'alimentazione può offrire un aiuto complementare, a patto di conoscere i limiti reali delle prove disponibili e di non aspettarsi da un integratore quello che solo un lavoro comportamentale strutturato può dare. Il lavoro sul comportamento, gestione dell'ambiente e desensibilizzazione graduale, resta il cardine su cui si costruisce un reale miglioramento nel tempo. Nessuno dei tre livelli, da solo, sostituisce gli altri due.
Fonti e riferimenti
Salonen M., Sulkama S., Mikkola S. et al. — Prevalence, comorbidity, and breed differences in canine anxiety in 13.700 Finnish pet dogs, Scientific Reports, 2020
Bijaoui E.M.M., Zimmerman N.P. — Efficacy of a Novel Lactiplantibacillus plantarum Strain (LP815) in Reducing Canine Aggression and Anxiety: A Randomized Placebo-Controlled Trial, Animals, 2025
Beata C. et al. — Effects of alpha-casozepine (Zylkene) versus selegiline hydrochloride on anxiety disorders in dogs, Journal of Veterinary Behavior, 2007
Veterinary Evidence — Is Alpha-casozepine Efficacious at Reducing Anxiety in Dogs? (revisione sistematica della letteratura disponibile)
Butler R., Sargisson R.J., Elliffe D. — The efficacy of systematic desensitization for treating the separation-related problem behaviour of domestic dogs, Applied Animal Behaviour Science, 2011
Rugaas T. — Calming Signals: i segnali calmanti, come i cani evitano i conflitti
Lenkei R., Gomez S.A., Pongrácz P. — Fear vs. frustration: possible factors behind canine separation related behaviour, Behavioural Processes, 2018










